BlogAppunti di Sedat Bornovalı
L’incendio di Notre-Dame è stato davvero una catastrofe?
[Sintesi di un’intervista rilasciata in turco]
Il giorno successivo all’incendio ero ospite di Mehmet Akif Ersoy a Manşet, su Habertürk TV. Le immagini erano ancora vivide e il conduttore, interpretando lo sgomento collettivo, ha aperto la trasmissione chiedendomi di ripercorrere la genesi di quel monumento per capire cosa avessimo realmente perduto.
Notre-Dame è il monumento cattolico più celebre di Francia e sorge nel cuore della città, sull’Île de la Cité; un sito che già in passato aveva ospitato altre chiese. L’edificio attuale cominciò a innalzarsi a metà del dodicesimo secolo, proprio agli albori del gotico. Saint-Denis, considerata la culla di questo stile, si trova appena fuori Parigi; il romanico che la precede aveva forme più grevi, linee rotondeggianti e murature massicce. Il cantiere di Notre-Dame si protrasse per quasi centosettant’anni, e nemmeno allora l’opera poté dirsi conclusa: i secoli successivi vi avrebbero apportato le proprie, inevitabili aggiunte.
«Tra quelle aggiunte c’è anche la celebre guglia che abbiamo visto ridursi in cenere?»
Esattamente. La guglia che le fiamme hanno divorato era una struttura ottocentesca in legno rivestita di piombo. Definirla un’opera di falegnameria non è affatto un’esagerazione. E, a dirla tutta, non è certo la calamità peggiore che si sia abbattuta su questo edificio. Il peggio, infatti, era già accaduto. Durante la Rivoluzione francese si assistette a un’ostilità sistematica verso i luoghi di culto; per un certo periodo Notre-Dame fu tramutata nel Tempio della Ragione, le sculture furono deturpate e alcune di esse giacciono oggi in frammenti al Musée de Cluny. È qui che risiede la netta linea di demarcazione tra la fatalità e l’intenzione: nel 2019 è bruciato un tetto; nell’ultimo decennio del Settecento un edificio è stato deliberatamente mutilato.
La Notre-Dame che ammiriamo oggi la dobbiamo in gran parte a un restauro ottocentesco per mano di Viollet-le-Duc, reso possibile, in realtà, da un romanzo: il capolavoro di Victor Hugo svelò all’opinione pubblica le condizioni miserevoli in cui versava la cattedrale. A volte, ciò che salva un’opera d’arte è un’altra opera d’arte.
Tornando sul fronte degli interventi, la visione romantica (Ruskin) esige che all’edificio sia riconosciuto il diritto di invecchiare, mentre Viollet-le-Duc teorizzava il ripristino di uno “stato di compiutezza ideale”. L’approccio odierno, figlio della tradizione italiana, sta nel mezzo: conservare l’originale e integrare con rigore il necessario intervento contemporaneo.
«E i tesori custoditi all’interno? Si è riusciti a salvarli?»
Gran parte dei manufatti non è antica quanto si creda. Molti risalgono al Seicento e al Settecento; gli arredi sono per lo più novecenteschi. Per quanto le immagini abbiano permesso di giudicare, al netto del crollo della copertura, la fabbrica architettonica e le vetrate non hanno subito danni devastanti. Non sono così inquieto da affermare che ottocentocinquant’anni di patrimonio umano siano andati perduti.
Di fronte al mio distacco un po’ analitico, Ersoy mi ha bonariamente provocato sulle reazioni emotive del pubblico, ricordando come spesso si gridi allo scandalo per i restauri (citando con amarezza certi goffi interventi su edifici storici in Anatolia).
L’indignazione del pubblico scaturisce, di norma, non dalla conoscenza ma dall’assuefazione: si piange l’immagine a cui si era abituati. Di un castello restaurato in Turchia, non molto tempo fa, si disse che somigliava a SpongeBob; sono andato a ispezionarlo di persona, e la verità è che anche il suo stato precedente all’intervento somigliava a SpongeBob. L’abitudine e il valore storico non sono sinonimi.
Il conduttore ha poi sollevato la questione pragmatica dei costi e delle tempistiche per la ricostruzione.
All’indomani del rogo, la famiglia Pinault ha annunciato una donazione di cento milioni di euro. Non sono nuovi a questo mecenatismo: a Venezia hanno trasformato la Punta della Dogana e Palazzo Grassi in poli d’arte. Reperire le risorse per un edificio di tale portata non sarà certo la parte più ardua.
Questo incendio non declasserà Notre-Dame da alcun itinerario, anzi, ne accrescerà il fascino. Le persone vi si recheranno in massa per confrontare il prima con il dopo. Nel 532, la precedente Santa Sofia arse fino alle fondamenta, ed è proprio da quelle ceneri che ci è stato consegnato l’edificio che oggi ammiriamo. Conviene tenerlo a mente, mentre si osserva una cattedrale molto più giovane che ha “solo” perso il tetto.
Sedat Bornovalı, “L’incendio di Notre-Dame è stato davvero una catastrofe?”, sedat.bornova.li, 2019-04-16, https://www.sedat.bornova.li/it/2019/04/16/lincendio-di-notre-dame-e-stato-davvero-una-catastrofe/, aggiungere la data di consultazione.